Flusso di cinema (ininterrotto) da Venezia 73

Alla Mosafaristra del Cinema di Venezia si vedono tanti film. Le file per entrare in sala iniziano la mattina presto e continuano fino, a volte, a notte fonda. Una vera lotta, spesso, per entrare e vedere. Sarebbe più giusto dire, forse, che entrare è vedere. Vedere cosa? Capita di tutto: storie di eremiti austriaci, monarchi in disgrazia in giro per l’Europa, pugili estremamente sanguinolenti, pacifisti guerrafondai, polipi libidinosi,  deboli zombi, samurai coraggiosi o ancora lupi mannari increduli. Ma capita soprattutto di vedere un flusso ininterrotto di luce, che si trasforma di volta in volta in forme cinematografiche ben definite. Si lotta dalla  mattina contro qualunque distrazione (sonno, cibo, pause) per entrare in questo flusso ininterrotto di cinema, in una dimensione da ‘fuori orario’ permanente.

Molti critici, a volte anche diversi, grandi appassionati di cinema, sostengono che tre film al giorno possano bastare (direbbe l’umorismo afasico di Massimo Troisi «forse non più di due», se uno è diplomato). Perché, dicono, per apprezzare un film è necessario che questo possa sedimentare bene nell’animo dello spettatore per provocare le giuste sensazioni, che producono alla fine un giudizio. Un giudizio equilibrato, naturalmente.

Altri invece si abbandonano all’impossibilità di abbandonare la sala, studiando incastri quasi profetici tra i film da vedere e fondamentalmente escono da una concezione del tempo strettamente quantitativa (non c’è più percezione dell’attesa, della pausa o del ritardo) per occupare inconsapevolmente uno spazio (non solo abitando sale, ma perdendosi nella luce dello schermo). È in questo spazio senza tempo che forse si forma un giudizio diverso, una lucidità trascendente che prova ad indagare la visione con meno inibizioni metodologiche. Dopo aver visto in una giornata sette film, tanti quanti i samurai di Kurosawa che difendono il villaggio assediato dai banditi, le percezioni si amplificano e tutte le immagini immagazzinate cominciano a comunicare in maniera inebriante. Un festival come quello di Venezia permette un eccesso di questo tipo. Immersi in flusso di cinema. Solo luce nel buio.

Il mio flusso personale alla edizione 73 di Venezia è cominciato con la luce di un faro, la luce tenue e  solitaria di The Light Between Oceans di Derek Cianfrance. Un melodramma di grande impatto emotivo: grandi passioni, grandi rinunce, grandi segreti. Amore, solitudine, riscatto, colpa e redenzione. Tutto concentrato in due ore. La gente in sala piange per tutto il secondo tempo. Ci sono anche le agnizioni finali (dal teatro classico). Tutto funziona bene e la sala si emoziona. Una spettatrice uscendo dice che è bello e giusto piangere (lo aveva intuito anche Aristotele). Senza tanti intellettualismi superflui, quello di certa critica ortodossa che vede solo il polpettone post-romantico, il film ha la capacità di comunicare con la sala e di produrre una positiva deriva sentimentale.

Lo scorrere delle lacrime continua nel Sao Jorge del portoghese Marco Martins, rappresentante del cinema del reale in salsa lusitana sulla crisi economica del 2011 tra le ‘vele’ di Lisbona, mentre si interrompe bruscamente nel significativo Through the Wall della regista Rama Burshtein, opera cinematografica di un giovane cinema israeliano. Non c’è nel film il conflitto con il popolo palestinese, neanche sullo sfondo, non ci sono attentati, nessun morto, e nemmeno un ferito. Apparentemente un film che vuole raccontare la vita sociale e mondana di una giovane trentenne, decisa a sposarsi a tutti i costi, dopo avere preparato per bene le nozze e dopo essere stata abbandonata dal fidanzato a trenta giorni dal matrimonio. Film umoristico, a tratti surreale, nel finale quasi metafisico. Film che vuole raccontare probabilmente, dietro la ricerca ossessiva di un marito in quel breve lasso di tempo, l’ossessione fideistica del popolo ebraico rispetto al proprio Dio. La protagonista sembra diventare un profeta, che annuncia nelle proprie nozze l‘incontro divino del popolo d’Israele. Ovvio che in questa storia non possa capitarci la questione della divisione della terra con i palestinesi. Misticismo ebraico. La luce finale è appunto divina.

Ci si imbatte in sala anche nel film Les Beaux Jours d’Aranjuez di Wim Wenders. Qualcuno dice che il regista tedesco stia invecchiando male. Film pretenzioso, intellettualista fino al parossismo, sostanzialmente noioso. Flusso di immagini in sala continuamente interrotto dall’uso incomprensibile del filtro 3D degli occhialini. Per fortuna subentra, alle masturbazioni semantiche e non-visive della coppia wendersiana,  la visione del potente documentario Safari del regista austriaco Ulrich Seidl. Se in questo festival manca tristemente il cinema greco, almeno c’è quello austriaco. Seidl orchestra una perfetta impassibilità estetica per raccontare il piacere di un certo cinismo omicida mitteleuropeo nel cuore dell’Africa nera: caccia spietata alle prede, foto ricordo, rituali di supremazia, riflessioni nazisteggianti sul miglioramento della specie. Anche questo può essere un safari, tra fucilate inesorabili e animali da scuoiare dal vivo. Opera cruda e crudele, quasi un film comico, pur discettando sostanzialmente della necessità dell’aggressività (e del relativo piacere di uccidere). Pulsioni di morte che la macchina cinema riporta in superficie.

La luce accecante delle praterie africane cede il passo in sala alla proiezione di Zombi di George Romero, introdotta dal maestro Dario Argento. C’è tutto il prima e il dopo The Walking Dead: la truffa della politica, la disinformazione dell’informazione, il potere della scienza e soprattutto la ricostruzione di un immaginario collettivo sociale che si esplica nel luogo del centro commerciale. Gli zombi sono solo sullo sfondo (e sono uccisi dagli uomini ancora con grande piacere), l’angoscia perturbante è tutta in quelle merci, in quei locali, in quegli spazi illuminati dalle vetrine.

nocturnal-animals-facebook.jpgLa notte continua, che costituisce di fatto l’esperienza del cinema, si prolunga inNocturnal Animals di Tom Ford: fotogrammi estetizzanti, luce al neon, ancora uno scrittore che materializza davanti agli occhi dei presenti in sala (come in Wenders) la storia che sta scrivendo e i personaggi che sta creando. Revenge movie che lavora su più livelli temporali e narrativi per trasfigurare la debolezza umana di uno scrittore nella debolezza simbolica del suo personaggio protagonista: qui la trasfigurazione è esorcizzata attraverso tutta la violenza del racconto (donne stuprate e uccise). La debolezza umana diventa nuova vendetta a tutti i livelli. Lo scrittore abbandonato non andrà a incontrare di nuovo la donna che lo aveva lasciato.

Le strade del revenge movie arrivano anche in Spagna nel film Tarde para la ira del regista Raùl Arévalo. Il protagonista deve vendicare la morte della moglie durante una rapina e mette in campo un’abile macchina del dolore che diventa implacabile meccanismo narrativo di vendetta.

the_bleeder.jpgMa il sangue di questi ultimi film di revenge assoluta e catartica è troppo algido rispetto a quello che scorre incessantemente inThe Bleeder, parabola di un boxeur proletario dalla faccia perennemente insanguinata. Il ‘sanguinolento’ resiste quindici round alla furia ballerina di Mohammed Alì. Sopravvive al quadrato del ring e soprattutto alle luci fosforescenti dello star system in cui viene catapultato, dopo che la sua vita ispira il Rocky di Sylvester Stallone. Sregolatezza e resistenza.

Poi arriva Brimstone di Martin Koolhoven. Un fiume in piena (alcuni spettatori che sentono lo schizzo sfiorargli la faccia escono dalla sala). Una potente struttura narrativa oscillante tra lo schematismo brechtiano per capitoli e certi giochi temporali a ritroso di Tarantino per raccontare la storia di una ragazza che fugge la violenza del padre in un far west allucinato.

Film speculare e opposto a quello della regista israeliana Rama Burshtein: in questo caso una donna che rifiuta la propria divinità biblica, il proprio destino esistenziale, arrivando fino alle estreme conseguenze. Con qualche sbavatura e qualche eccesso, ma epico alla maniera di Lars Von Trier.

Ancora passano sullo schermo le violenze giovanili di Home della  regista Fien Troch, la satira spumeggiante del film King of the Belgians, l’inconcludente polipo assatanato di vita, morte, sesso, piacere di La Region Salvaje di Amat Escalante.

Tutti film di una certa oscurità, caratterizzati da un tocco estetico stantio e chiaroscurale. Ma che fanno da sfondo alla proiezione di Un lupo mannaro americano a Londra, alla presenza del grande regista John Landis. Sì, perché due simpatici ragazzi americani in viaggio in Inghilterra entrano nella brughiera e devono affrontare un lupo mannaro. Commedia nera, anzi nerissima, ma luce, tanta luce sulle bellissime zanne che spuntano al malcapitato neo-lupo mannaro che comincia a infestare la sfavillante Londra quando appare in cielo la luna piena.

Poi arrivano gli assalti al cielo. Verticalità della luce che dovrebbe travalicare il tetto della sala. Non ci riesce, ma ci prova con Spira Mirabilis, documentario metafisico della coppia formata da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, un blob che sprofonda tra le meduse immortali per risalire alla fine tra le statue più alte dell’infinito Duomo di Milano. Ci prova anche Assalto al cielo di Francesco Munzi, breve e preciso documentario sulla rivolta studentesca del 1968 in Italia, con filmati già (ri)visti troppe volte che si ferma davanti alle porte chiuse della svolta del terrorismo rosso della fine degli anni ’70. Della serie: Il cielo può attendere.

Il vero assalto al cielo lo compie Mel Gibson con il suo film Hacksaw Ridge. Si tratta solo superficialmente della storia vera del primo obiettore di coscienza americano che riceve la medaglia al valore per avere salvato tante vite nella sanguinosa battaglia di Okinawa, durante le fasi più cruente della seconda guerra mondiale. Questa è solo una banale superficie. Gibson racconta invece un’altra epica. Di guerra e di sacrificio. Il protagonista non tocca il fucile, ma va in guerra con tutta la passione di un Cristo pronto a soffrire. È il Cristo che nelle Sacre Scritture dice «io porto la spada»: lui è senza spada, ma è un forsennato eroe guerriero. Gibson con molta onestà intellettuale ci sottopone all’accecamento di troppa luce, violenza dopo violenza. Si tratta di una scalata estremamente ripida, che il giovane protagonista affronta, quasi con le stimmate alle mani. È un guerra santa, il presunto pacifista riesce ad insegnarlo a tutti i soldati. Assalta il cielo, scala la sua montagna e ascende dove tutto è luce.

Ma se un certo cinema americano sa farsi ottimo interprete di una certa epica guerrafondaia (perché tutte le epiche amano la guerra e gi eroi), il cinema italiano risponde in questa mostra del cinema, dimenticando le varie ‘piume’ passate sullo schermo, caratterizzate paradossalmente da una visione troppo pesante, conLiberami di Federica Di Giacomo, piccolo pamphlet cinematografico sulla necessità dell’esorcismo ai giorni nostri: semplicemente perché il male e il malessere esistono. Come racconta anche l’iraniano Amir Naderi che nel suo Monte racconta di un uomo che affronta, con la sua famiglia, tutto il dolore del mondo, spicconando per anni e anni la parete nuda di una gigantesca montagna.

Un esorcismo, una scalata stando fermi con un piccone in mano, una faccia sempre sanguinante. Poi arriva la musica di Nick Cave, poi arrivano a salvarci i sette samurai, entriamo nel tempo congelato della Frozen City: forse siamo salvi, forse siamo nel flusso della luce delle immagini, un flusso lungo (e mai purtroppo ininterrotto) di luce.

Forse siamo al cinema.