L’Italia che non si vede 2015 – Edizione 5

Rassegna itinerante di cinema del reale

 

Fino a qualche anno fa la distribuzione su scala nazionale di film italiani da parte di UCCA poteva essere definita la “coda lunga” dei film, mutuando la celebre definizione di Chris Anderson. Intendendosi, in sostanza, che le opere, anche le più fragili, le meno attrezzate per competere sul mercato, avevano comunque un’uscita in sala e UCCA si premurava, dopo qualche mese, di fare il lavoro di profondità, cioè di portare i film nelle aree meno servite dall’esercizio.

Ma negli ultimi anni lo scenario è radicalmente cambiato: abbiamo assistito alla forzata chiusura di centinaia di sale cinematografiche, dovuta sia al crollo dei consumi culturali che agli elevati costi dello switch-off digitale: uno scenario che paradossalmente rafforza il nostro ruolo associativo e ci grava per il futuro di qualche responsabilità in più, perchè ogni circolo del cinema, soprattutto se situato in una sala polivalente, in una scuola, in un’area dismessa e da riqualificare, è un potenziale spazio per la proiezione di contenuti audiovisivi.

La presenza dei nostri cinecircoli disseminati nell’intero territorio nazionale, in provincia così come nei piccoli centri nei quali le sale hanno chiuso o quelle residue proiettano solo mainstream, è una risorsa che può e deve essere sfruttata proprio per ospitare quelle piccole produzioni che prima trovavano spazio altrove tra mille difficoltà, ma oggi non lo trovano affatto.

Una responsabilità in più, si diceva, perchè il futuro di tanti piccoli film di giovani autori dipende sempre di più anche dal nostro lavoro.

La selezione di questa quinta edizione de L’Italia che non si vede è di alto profilo e propone film invitati ai principali festival internazionali, da Cannes a Venezia, dalla Berlinale al Sundance. Divisi equamente tra fiction e documentari, i dieci titoli toccano molti dei temi centrali della temperie culturale di questi anni: l’integrazione possibile (Napolislam, Gitanistan), l’inesausta discussione su unioni civili e matrimonio paritario (Lei disse sì), l’incerta o denegata identità di genere (Vergine giurata, Arianna), il disagio dei rapporti familiari disfunzionali (Memorie, Cloro), la dolorosa convivenza con la disabilità (Genitori), le difficoltà del passaggio all’età adulta (Short Skin), la persistenza del classismo nella società italiana (La bella gente).

Un’ultima considerazione: senza voler demonizzare l’attuale, imperante, e per certi versi irreversibile, consumo solipsistico di film e serie televisive via monitor, tablet e smartphone, imposto da una tecnologia sempre più pervasiva, credo sia opportuno ribadire con forza il nostro modello, fatto di condivisione e non di rado di incontri con autori, attori, produttori o distributori. Non tanto per concludere che preferiamo rimanere irrimediabilmente analogici, ma per riaffermare che, senza che intervenga un fattore umano, la visione e la comprensione di un film può rimanere monca o sterile.

Quante volte ci è capitato di cambiare opinione su di un film dopo averne dibattuto con l’autore o semplicemente con gli altri spettatori?
Mi è tornata alla mente la sequenza finale di un bel lavoro di Arnaud Desplechin, Rois et Reine, nella quale Mathieu Amalric dice al bambino, che rifiuta di adottare, che ha una sola lezione da impartirgli per la sua vita futura: tenere sempre presente la possibilità di non avere ragione, lasciare sempre aperta la possibilità di avere «almeno un po’ di torto, perchè questa è un’ottima notizia, significa che non si conoscono già tutte le risposte e che la vita può riservare molte sorprese».

Un inno alla complessità del reale, al piacere della discussione, alla ricchezza del confronto che facciamo volentieri nostro.