L’Italia che non si vede 2017 – Edizione 7

Rassegna itinerante di cinema del reale

 

Se il mercato si accorge di un autore quando diventa vendibile, il nostro compito è quello di renderlo visibile. Di accompagnarlo nel circuito dei festival, se si è formato nei nostri atelier di produzione. Di proporne le opere ad una platea ancora sparuta ma esigente se invece dai festival è già stato selezionato e magari premiato. Di perseverare a scegliere film difficili in un frangente in cui l’omologazione linguistica sembra avere appiattito ogni contenuto, complice la sin troppo decantata qualità della serialità televisiva, che sembra già avere il fiato corto.
Nel giovane cinema italiano, si diceva, ci sono fermento e segnali tangibili di un salutare ricambio generazionale. Il cinema del reale sembra finalmente uscito dalla storica gabbia autoriale dell’autoreferenzialità. E’ vitale e testardo, scalcia e sgomita. Sconta le sue imperfezioni, certo, ma è sfrontato e coraggioso. E non teme di sporcarsi le mani. Su temi rimossi o banalizzati dal cicaleccio incessante dei talk show televisivi. Si oppone allo sdoganamento mediatico di razzismo e intolleranza con l’esempio dell’attivismo solitario di una donna comune, e perciò straordinaria (“The Hate Destroyer”). Affronta il tema delle migrazioni rovesciandone l’ottica, adottando il punto di vista di chi, in Nigeria, è combattuto tra l’aspirazione ad una vita dignitosa e il timore per il lungo e rischioso viaggio che dovrebbe affrontare (“Granma”). Oppure si concentra sulla auto-narrazione della vita difficile, eppure coloratissima, di un’immigrata che, attraverso le sue fotografie, racconta se stessa e la sua Europa ai figli rimasti in Africa (“Ibi”). O ancora, apre le porte di un penitenziario per mostrarci la psicologia disturbata e disturbante dei condannati per reati sessuali e le terapie sperimentali messe in atto per la presa di coscienza della gravità dei loro comportamenti e per scongiurarne le recidive (“Un altro me”). Ma anche il riscatto impossibile di un ex-pregiudicato della periferia romana, con l’aspirazione ad un’esistenza diversa per sé, la sua famiglia e la borgata in cui vive (“Il più grande sogno”). E ancora: la macchina burocratica dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari di Napoli rappresentata quasi come un palcoscenico, nel quale sono gli impiegati a garantire il funzionamento del sistema con la loro capacità di far fronte all’imprevisto con soluzioni creative, al di fuori di ogni schema o protocollo (“Aperti al pubblico”)
Opere che si confrontano con la Storia offrendone sguardi inediti. Come l’analisi del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, che enfatizza la prima vera esperienza di emancipazione femminile, ma non nasconde una riflessione amara sulla delusione provocata dalla “restaurazione” del primo dopoguerra (“Libere”). O il divertito racconto del più clamoroso attentato mai immaginato, quello contro Hitler e Mussolini, che un celebre archeologo architettò ma non ebbe il coraggio di compiere durante il celebre viaggio del Führer in Italia nel 1938 (“L’uomo che non cambiò la Storia”). O il prezioso recupero del materiale ripreso da Angelo D’Alessandro, l’unico cineasta cui don Lorenzo Milani abbia concesso di effettuare delle riprese della vita quotidiana della sua scuola, rivolta soprattutto agli ultimi, ai figli degli operai e dei diseredati (“Barbiana ’65 – La Lezione di Don Milani”).
E infine due figure di donne forti, caparbie, testarde. Christa Päffgen, in arte Nico, colta nel suo ultimo anno di vita, ben lontana dal glamour degli uomini famosi con cui è stata o dall’esperienza Factory-Warhol-Velvet Underground: il ritratto dolente di una musicista complessa che ha creato uno stile unico, capace di coniugare ricerca, ironia e provocazione (“Nico, 1988”). E la molto meno celebre Chantal Ughi, capace di abbandonare palchi, passerelle e set cinematografici per liberarsi dei propri demoni, reinventandosi, rimettendosi in gioco e ingaggiando un combattimento costante sul ring e nella vita (“Ciao amore, vado a combattere”). Ci piace chiudere con le sue parole, che mai ci sono apparse così attuali e che volentieri facciamo nostre: “Vorrei dedicare questo film a tutte le donne che hanno subito violenza. Vorrei far sapere loro che ci sono modi per combattere il passato e liberarsi, per risorgere dalle ceneri e rinascere”.

Di seguito l’elenco dei titoli inclusi nella rassegna:

Aperti al pubblico – regia di Silvia Bellotti

Barbiana ’65 – La lezione di Don Milani – regia di Alessandro G.A.D’Alessandro

Ciao amore, vado a combattere – regia di Simone Manetti

Granma – regia di Daniele Gaglianone, Alfie Nze

Ibi – regia di Andrea Segre

Il più grande sogno – regia di Michele Vannucci

Libere – regia di Rossella Schillaci

L’uomo che non cambiò la storia – regia di Enrico Caria

Nico, 1988 -regia di Susanna Nicchiarelli

The hate destroyer -regia di Vincenzo Caruso

Un altro me – regia di Claudio Casazza

I cortometraggi di FilmaP

‘A mazzamma -regia di Ennio Eduardo Donato

Antonio degli scogli – regia di Alessandro Gattuso

Cronopios regia di Doriana Monaco

La barca – regia di Luisa Izzo

Un inferno – regia di Camilla Salvatore

I cortometraggi di Kino Produzioni

Il silenzio – regia di Farnoosh Samadi , Ali Asgari

Valparaiso – regia di Carlo Sironi

Quasi eroi –  regia di Giovanni Piperno

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