L’Italia che non si vede 2016 – Edizione 6

Rassegna itinerante di cinema del reale

 

«Cable television is the new arthouse». In altre parole: la serialità televisiva è il nuovo cinema d’essai. Parole e musica di David Lynch in una recente intervista concessa a Time Out. Con tutto il rispetto che portiamo al maestro, difficile pensare che l’affermazione non sia dettata dal fatto che dopo “Inland Empire” (2006) Lynch non riesca a trovare un produttore per un film di finzione. O che non dipenda dall’annunciata terza serie di “Twin Peaks” in corso di lavorazione per la rete tv Showtime. O, nella peggiore delle ipotesi, da un eccesso di meditazione trascendentale alla quale si è votato negli ultimi anni. Tuttavia, per quanto la tecnologia progredisca con impressionante velocità, e così le modalità di fruizione si moltiplichino, preferiamo ricordare il regista quando declamava stizzito «it’s such a sadness that you think you’ve seen a film on your fucking telephone».

È una premessa necessaria, in un momento in cui la rivoluzione digitale sta stravolgendo la produzione e la fruizione di cinema, letteralmente consumato con ogni immaginabile device tecnologico. Certo, non mancano sacche di resistenza: registi come Paul Thomas Anderson, Quentin Tarantino, Christopher Nolan o Wes Anderson continuano a girare in pellicola (non a caso in inglese si parla di «shooting on film»), Pablo Larrain usa lenti anamorfiche sovietiche degli anni ’60 per sottrarre i suoi film all’omologazione dell’immagine prodotta dalle camere digitali.

Molti cineclub continuano a mantenere in attività proiettori 35mm e ad usarli quando possono, cioè quasi mai. Un pubblico fedele, ma sempre più sparuto e invecchiato, continua a preferire l’esperienza della sala cinematograca alla fruizione domestica.

Di fatto il futuro sembra prefigurare un’ipertrofica offerta audiovisiva, in cui film di finzione, documentari, serie tv e produzioni generaliste sono costantemente a disposizione e possono essere viste in qualsiasi momento, con qualsiasi strumento, in qualsiasi posto. Con buona pace della visione condivisa propria delle sale e dei cineclub così come li conosciamo.

O forse no.
Forse dietro l’angolo, ancora impalpabile ma già percettibile, c’è qualcosa di profondamente diverso che cova sotto le ceneri dell’iperconnessione e della svalutazione dei contenuti.
Forse verrà a noia scrivere (e leggere) inutili blog ‘zero comments’, forse creerà un piccolo moto di fastidio la notificazione dell’ennesimo post o commento insignificante sui social network, sulle chat, sui forum.
Forse si imporrà un’esigenza di fuga dal rumore di fondo. Forse persino si rivaluteranno gli amici reali rispetto a quelli virtuali.
Forse addirittura si ricomincerà a considerare un’esperienza piacevole uscire di casa per vedere un film insieme ad altri, e parlarne, discuterne, accalorarsi.
Magari in un cineclub accogliente e pieno di persone interessanti. Di certo non in uno dei tanti parallelepipedi di cemento per i quali i film in programmazione sono solo il pretesto per rimpinguare le casse con i proventi del bar o la proiezione dei trailer o della pubblicità.
Forse, insomma, il virtuale coesisterà pacificamente con la riscoperta del sociale.
Certo, è un wishful thinking, una dinamica antropologica difficile da profetizzare qui ed ora. Ma se questo scenario si avvererà il futuro siamo noi. O almeno un elemento centrale di quel futuro.
I nostri piccoli cinema, le nostre sale polivalenti spalmate sull’intero territorio nazionale, i nostri cineclub che testardamente continuano a proporre cinema di qualità nelle ampie aree del Paese non coperte dall’esercizio e completamente desertificate.

È questo il significato profondo di una rassegna itinerante quale L’Italia che non si vede, nel duplice senso che non teme di approfondire argomenti scomodi o comunque rimossi dai media e nel contempo cerca di avvicinare il pubblico a fiction e documentari ‘invisibili’ perché sottovalutati o falcidiati dalla censura di mercato. Il 2016 non è stato un anno glorioso per il cinema italiano, con la vistosa eccezione di “Fuocoammare” di Rosi; anzi ha evidenziato una fragilità produttiva di fondo, una profonda carenza di idee e una ripetitività ossessiva di commedie praticamente intercambiabili tra loro che non fanno ben sperare per gli anni a venire.

Anche perché la legge di sistema, alla quale pure vanno riconosciuti meriti innegabili, sembra rafforzare i soggetti già forti sul mercato e non i nuovi player indipendenti, con l’inevitabile conseguenza di porre condizioni avverse ad un salutare ricambio generazionale dei nostri autori.

I lm italiani più importanti dell’anno, a fronte della débâcle della fiction omogeneizzata di cui si è detto, sono quasi tutti documentari e ben rappresentati in questa rassegna di alto profilo, che annovera un David di Donatello (S is for Stanley), il Miglior Film di Orizzonti a Venezia (Liberami), un Nastro d’Argento come Miglior Docufilm come Bella e perduta e una decina di altri titoli invitati ai principali festival internazionali, da Toronto a Locarno, da Venezia a Rotterdam.

Film che non hanno trovato il loro pubblico, talvolta per i controversi temi affrontati: lo sgombero di una baraccopoli alle porte di Torino (I ricordi del fiume), il viaggio dentro e fuori il carcere di Dustur, l’umanità dolente che ruota intorno ad un Banco dei Pegni (Le ultime cose), lo stabilimento balneare di Trieste ancora diviso – da un muro – tra una zona maschile e una femminile (L’ultima spiaggia), la lotta per la libertà sessuale e contro la censura (Porno e libertà). Oppure lavori ritenuti ostici per l’inedita formula produttiva (la complessità del sentimento amoroso nel lm partecipato a più mani Oggi insieme domani anche) o per la volontà di sperimentazione e di ricerca formale (la sinfonia visiva sul tema dell’immortalità di Spira mirabilis, il sofisticato studio sulla rigenerazione urbana di spazi dismessi di Ogni opera di confessione, il pastiche linguistico che mescola documenti, immagini d’archivio e animazioni da graphic novel in Nessuno mi troverà, la manualità artigianale della tipografia come forma d’arte ne Il fiume ha sempre ragione, ultima fatica di Silvio Soldini).

Ci piace chiudere ricordando un intervento di Roberto Cicutto, presidente di Istituto Luce-Cinecittà, una realtà che ha creduto sin dall’inizio alla nostra rassegna. All’indomani dell’uscita di Bella e perduta, accolto con grande favore e designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, presto smontato da alcune sale nonostante i buoni risultati ottenuti, Cicutto osservava amaramente: «Istituto Luce-Cinecittà distribuisce opere prime e seconde sostenute dal contributo statale e coprodotte da Rai Cinema, che però trovano spesso nell’e- sercizio cinematografico il più grande ostacolo alla propria circolazione.(…) O si creano le condizioni per attivare e migliorare tutti gli strumenti possibili risolvendo una grave stortura nel sistema della distribuzione in sala, oppure si produce solo spreco di danaro pubblico. (…) Conseguenza di tutto ciò non può che essere la restituzione di questi titoli alle sole leggi di mercato, con la certezza che non si potranno più vedere, né il pubblico scoprire nuovi autori». Non avremmo potuto esprimere meglio il devastante conflitto di interesse che intreccia nell’indifferenza generale la triade distribuzione/noleggio/esercizio e impedisce ai giovani registi di confrontarsi con il proprio pubblico. E che rende necessaria una rassegna come L’Italia che non si vede e il lavoro della nostra associazione e della sua coraggiosa rete di cineclub.

Roberto Roversi – Presidente nazionale UCCA